Liu Li Chang
Liu Li Chang, Pechino 1965.
© Marc Riboud

Ricapito quasi per caso su un testo scritto nella primavera del 2004, subito dopo aver assistito ad un incontro con Marc Riboud.

Nonostante il mio candore nei confronti della mostra, delle fotografie e della qualità delle stampe, le pagine che riportano alcuni spezzoni della conferenza rimangono per molti versi interessanti e attuali. Marc Riboud è un autore che ho sempre profondamente stimato, le cui parole semplici e schiette furono una splendida lezione di fotografia e di vita che continuo a ripetermi ancora oggi. Ho allora deciso di pubblicare il testo nella sua interezza.

Sono le cinque del pomeriggio. Ho finito una grossa parte di programmazione e dovrei cominciare un nuovo capitolo. Chiudo la mia sessione Linux con qualche ora d’anticipo, ed esco all’aria aperta.

C’è un sole appena velato, ma dopo le piogge intense dei giorni passati è una rinascita. Fa caldo. Le parigine con il loro fascino elegante e la pelle chiara delle gambe nude ti mettono qualcosa di pesante in mezzo al petto, che non riesci a mandar giù.
Prendo il 67, ma c’è traffico e riscendo subito, tanto la Maison Européenne de la Photographie non è lontana. Tutti i mercoledì fra le 17 e le 20 l’accesso è gratuito. L’altro giorno ho letto su À nous Paris, uno di qui giornali che ti danno gratis nel metro, che c’è una retrospettiva su Marc Riboud e un incontro con l’autore alle sei.

La MEP è in una strada tranquilla e assolata del Marais. All’ingresso c’è un giardino zen di soli ciottoli di pietra. La metà sinistra tutti bianchi e a destra nero antracite, con una lunga linea morbida che fa da confine fra i due colori, onde e monticelli che serpeggiano intorno. Un giardino per la meditazione, dice la didascalia.

La mostra è grande e completa. Cento o duecento fotografie nei formati più diversi, dal piccolo quadratino che ti devi chinare per guardare, alla gigantografia un metro per due. Tantissime foto degli anni 50, 60 e 70 e poi via via fino alle contemporanee.

La suora di Saint-Vincent de Paul
Una suora di Saint-Vincent de Paul abborda gentilmente un tassista, Parigi 1953.
© Marc Riboud

Moltissime in oriente, con soggetti fantastici e irrepetibili. Poi quelle note di sempre, la ragazza che accarezza la margherita contro le baionette, Le peintre de la tour Eiffel… un reportage inedito su Leeds, definita la citta più triste d’Inghilterra, con foto fumose di ciminiere e case di mattoni tutte uguali, strade vuote e desolate. Robert Capa consigliò Riboud di andare in Inghilterra per incontrare ragazze e imparare l’inglese, egli -a suo dire-, non fece né l’una né l’altra cosa, ma ritornò con centinaia di foto. Appresa la morte di Capa, al suo ritorno dall’inghilterra le smarrì e dimenticò. Sono state ritrovate la scorsa estate, cinquant’anni dopo, chiuse in una scatola.

Una buona percentuale sono tirages d’epoca. Come è noto la carta conteneva molto più argento di quella moderna, e si riusciva ad ottenere un nero più profondo e intenso. Le stampe infatti sono incredibili, le zone d’ombra sono ampie e intense, eppure si notano i particolari e i dettagli, non sono mai piatte. Poi, qua e là, emergono illuminati i volti, le mani, i soggetti della composizione, come nei dipinti antichi, che sono tutti scuri e neri ma i volti sono illuminati dalla luce di una finestra o una candela e sembra che sia una strana divinità a dare risalto al gioco di forme ed espressioni.

Non riesco a capire come fa ad avere delle foto tanto contrastate, dove la luce scolpisce solo ed esclusivamente i centri di interesse e lascia tutto il resto a intessere atmosfera, ad avvolgere e creare lo sfondo su cui risaltare. Sono spessissimo foto scattate con scarsissima luce, in interni, con fortissimi contrasti, ma le luci non sono mai bruciate e le ombre mai piatte. Sembrano quadri, acqurelli o stampe. E tutte gridano. Hanno un contenuto e un messaggio eccezionale, non puoi restare indifferente, ti colpiscono in pieno, anche se non sai guardare.

Mi fanno voglia di buttare la mia om2 nella Senna e dedicarmi ad altro, che tanto non vale la pena.




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