Scheletro
© Giacomo Brunelli

Fabiano Busdraghi: Oltre a stampare ancora in camera oscura utilizzi per lo scatto una macchina desueta. In generale non chiedo mai nelle interviste quali macchine fotografiche usa un fotografo, perché sono più interessato al risultato finale che allo strumento per realizzarlo. In questo caso però vale la pena fare uno strappo alla regola.

Usi una macchina Miranda perché ti permette di ottenere una resa unica o per un discorso più emotivo e personale?

Giacomo Brunelli: Il primo contatto che ho avuto con la fotografia è avvenuto quando ho trovato una Miranda di mio padre dentro un cassetto, era una Sensorex EE del 1972 e l’ho usata fin quando non l’ho lasciata dentro un taxi a Bratislava.

Ora uso una Miranda Sensomat del 1968, scatto frontale e rumore bellissimo.

Ho tante Miranda perché mi ricordano quando ho aperto quel cassetto.

 

Rana
© Giacomo Brunelli

Fabiano Busdraghi: Capisco benissimo! Infatti te l’ho chiesto perché vado spesso in giro con le vecchie Olympus OM2 appartenute a mio padre, addirittura sono le uniche macchine che mi son portato dietro in un intero viaggio in Indonesia, lasciando a casa le performanti digitali Canon.. Il fatto che le OM2 siano appartenute a mio padre, sapere che se le è portate dietro nei mitici viaggi che ha fatto da ragazzo, mi dà un piacere fisico tutto particolare nell’utilizzarle. Piacere che si unisce a quello del rumore “retro” dell’otturatore, rimbobinare a mano, il rito quasi dimenticato di tempi, diaframmi, messa a fuoco delle reflex completamente manuali. Insomma, è un atto nostalgico e per certi versi irrazionale, che nel mio caso non ha praticamente niente a che vedere con le caratteristiche del risultato. Un amico invece utilizza dei vecchi obiettivi del 1904 perché sono le uniche ottiche che gli danno esattamente quella resa morbida e sfuocata che cerca.

Quali sono le motivazioni nel tuo caso?

Giacomo Brunelli: Le motivazioni del mio caso sono state proprio dettate dal caso. Mi sono trovato una Miranda e mi ha sempre messo paura ricominciare a conoscere una macchina fotografica diversa.

Credo valga la pena studiare il mezzo che stai utilizzando, la fotografia è soprattutto inaspettato e quando arriva devi sapere subito quello che vuoi e come puoi fare per ottenerlo.

 

Gatto
© Giacomo Brunelli

Fabiano Busdraghi: Tutti i fotografi hanno delle “foto non fatte”. Immagini che per limiti tecnici, lentezza, errori non vengono scattate, e sono perse per sempre. A volte anche per scelta, si vede la fotografia ma si preferisce lasciare la macchina fra le mani, e guardare solo con gli occhi. Spesso queste “foto non fatte” diventano molto care e hanno un posto importante nella memoria. Ci puoi raccontare una tua “foto non fatta”?

Giacomo Brunelli: Quando ho davanti una scena che mi piace e comincio a scattare una serie di foto (a volte una, altre volte 20 o 30), aspettando che succeda qualche cosa, questo qualcosa accade ed io non ho avuto il coraggio di schiacciare il bottone della mia macchina fotografica.

Questa è una foto non fatta e quando la racconto penso che l’uomo è per natura portato a vedere, non a fotografare ciò che vede.

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