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7 Comments »

  1. Massimo Cristaldi

    said, November 28, 2008 @ 2:00 PM :

    Non c’è niente di peggio che scrivere qualcosa sul proprio blog e non avere alcun commento…. Eccomi quindi, nella convinzione che i blogger si tengono vivi solo se hanno interlocutori, altrimenti chiudono bottega e questo, soprattutto nel tuo caso, sarebbe un peccato.
    Mi è piaciuto molto il tuo reportage Fabiano. Ho chattato un po’ con Marco Tardito che non condivideva il “velato” entusiasmo che compare dal tuo scritto. Conoscevo praticamente tutti i fotografi da te citati tranne Vee Speers. Grazie per la segnalazione. Ho impressione che ci sia ancora spazio per la fotografia “fine art” e questo in qualche modo mi rincuora….

    Massimo

  2. Fabiano Busdraghi

    said, November 28, 2008 @ 7:45 PM :

    Ciao Massimo
    e come al solito grazie del commento e dei complimenti. Effettivamente questi ultimi non sono mai stati numerosi, nonostante le visite sul sito siano in continuo aumento. Credo che sia un problema di tempo, sia per me che per i lettori. Per me perché intavolo poche discussioni, sia qui che su altri blog, ma purtroppo Camera Obscura, visto il taglio che ho deciso di dargli (articoli lunghi, approfonditi e originali) mi assorbe tantissimo tempo e energie. Per i lettori sarà un po’ la stessa cosa, saranno sicuramente occupati quanto me, e il poco tempo a disposizione lo preferiscono passare a leggere l’articolo piuttosto che a sviluppare una conversazione. Del resto lo sanno bene tutti quelli che hanno frequentato qualche forum: facile cazzeggiare, ma intavolare una discussione interessante, e soprattutto conclusiva costa tempo e fatica, quindi di solito si finisce per restare sul superficiale.

    A proposito di Paris Photo. Certo che mi è piaciuta, ma non incondizionatamente. Non ho scoperto niente di veramente nuovo e emozionante, niente di sconvolgente. Niente che possa paragonare a suo tempo alla scoperta per esempio di Gregory Colbert o Desirée Dolron. Però resta il fatto che Paris Photo è il posto dove si possono vedere dal vivo le foto di tutti gli autori già citati e mille altri bravissimi: Sarah Moon, Michael Kenna, Fan Ho, Kishin Shinoyama, Giacomo Costa, Edward Burtynsky… e tanti, tanti altri. Sarà forse il mio amore per la fotografia e la bellezza, ma di fronte a tali foto non posso non sentire almeno un po’ di velato di entusiasmo…

    Fabiano

  3. Massimo Cristaldi

    said, November 29, 2008 @ 1:30 AM :

    Sulle ragioni che spingono a parlare “oltre” ho scritto un post proprio oggi.

    Cito anche te e le ragioni alla base di maGma (piuttosto ti ho inviato un invito)…

    Massimo

  4. Claudio

    said, December 6, 2008 @ 8:15 PM :

    Leggere questa tua disamina è stato davvero piacevole, e al di là del discorso critico, mi ha suggerito un approccio diverso alla visita delle mostre del Lucca Digital Photo. L’edizione passata infatti mi aveva procurato quella saturazione causata dalla stimolazione eccessiva del cervello tramite immagini visive, e alla fine stavo davvero crollando. Così per questa mia visita odierna mi sono informato sulle varie opere e ho fatto una cernita. E adesso che ritorno mi piacerebbe stare a discutere di Alex Webb o di Matteo Basilè, di Massimo Vitali o di Mario Cravo Neto, oppure del vincitore del World Press Photo Tim Hetherington.

    Eppure me ne torno insoddisfatto, al limite dell’incazzatura. Ma è mai possibile che una persona, quando posiziona una foto per una mostra, non si accorga che con quell’illuminazione non si vede niente? Il che può arricchire le foto di Webb, che spesso gioca con i riflessi, per cui è persino ironico guardare il riflesso della foto di Webb che è alle tue spalle nella foto che stai cercando di guardare di fronte a te. Ma per altri artisti è stato davvero una presa in giro. La gente si contorceva per scorgere qualcosa nelle fotografie esposte, cercando posizioni che minimizzassero i riflessi. Sono cosa che capitano un po’ ovunque, mi ricordo quanto mi intossicai per non poter godere pienamente di Gericault al Louvre… Le uniche foto guardabili sono quelle della mostra del World Press Photo vera e propria, perché senza vetro, tutto il resto è impossibile da osservare. E dopo aver avuto a che fare con le ferrovie italiane che anche per una tratta di venti minuti riescono a farti perdere la pazienza, dopo aver pagato comunque 15 euro per il biglietto cumulativo, dopo essersi inzuppato le scarpe, quelle con la membrana che non fa entrare l’acqua e che fa uscire il sudore che però forse a me avevano montato al contrario, dopo tutto ciò speravo di godermi una mostra fotografica e invece sono riusciti a farmi alterare ancora di più!

    Perdona lo sfogo, mi chiedevo se sono l’unico che vorrebbe vedere le foto di una mostra piuttosto che le finestre riflesse, e colgo comunque per farti i miei più sinceri complimenti per questo blog che da quando l’ho scoperto (grazie a Massimo) non manco di osservare e di “divorare”.

    Un saluto,
    Claudio.

  5. Fabiano Busdraghi

    said, December 7, 2008 @ 12:15 PM :

    Ciao Claudio,
    grazie mille del commento come dei complimenti, che fanno molto piacere.

    A proposito: dici “osservare e divorare”. Ti posso chiedere in che modo usufruisci del blog? Ti spiego: Dalle statistiche mi sembra di capire che la maggior parte dei lettori affezionati, iscritti anche non iscritti al feed, leggano unicamente i post correnti, e non si mettano mai a navigare il sito per vedere cosa scrivevo un po’ di tempo fa. È così anche per te? Ti limiti a leggere gli articoli recenti? Oppure leggi anche quelli nell’archivio? Mi è venuto in mente di chiedertelo perché “osservare” mi fa pensare a “seguire le novità”, mentre “divorare” mi fa sperare in una lettura anche degli articoli del passato… ma forse sono troppo ottimista. Su Camera Obscura è possibile una navigazione taxonomica tramite le categorie, folkonomica tramite le parole chiave, cronologica tramite l’archivio e i numeri di pagina. Eppure mi sembra che i visitatori non sfruttino molto queste possibilità. Cosa ne pensi? Qual’è la tua esperienza di scopritore di un blog che contiene già più di un centinaio di pagine?

    Per quanto riguarda i riflessi alle esposizioni il discorso è lungo è complesso.

    Tecnicamente è difficile evitare i riflessi. Intanto i vetri nomali riflettono tutti. Quelli antiriflessi, oltre a costare un patrimonio, in generale “spengono” la foto e spessissimo introducono dominanti fastidiose. Quello che è un po’ lo standard della fotografia a colori contemporanea di grande formato, il diasec lucido, è strapieno di riflessi.

    Perché la gente sceglie il diasec lucido invece di quello opaco? Perché mette un vetro invece di esporre direttamente la fotografia?

    Due esigenze principali: espressive e di protezione. Nel primo caso è vero che una foto lucida avrà i riflessi, ma i neri saranno più neri e brillanti, i colori più saturi, la resa più moderna e aggressiva. Questione di scelte, può piacere o meno, ma se l’autore cerca quel tipo di atmosfera lì, potrebbe esser pronto a pagare il prezzo dei riflessi. La seconda ragione è quella della conservazione. Una mostra o una fiera di fotografia, dove migliaia di persone si avvicinano e potenzialmente toccano le fotografie esposte, potrebbe mettere in serio pericolo la conservazione delle stampe, che in generale sono fragilissime e carissime. Ecco quindi che si sceglie una soluzione di compromesso. E non bisogna vederlo necessariamente come una concessione alla mediocrità. La fotografia è sempre questione di compromessi: pellicola più sensibile ma più grano, diaframma più aperto ma profondità di campo più piccola, esposizione più lunga ma rischio di mosso, e così via.

    Inoltre è difficile ed economicamente impegnativo, studiare un’illuminazione adeguata. A volte forse anche impossibile. Ho visto delle mostre al Pompidou dove la luce era gestita con una maestria e una precisione sorprendente, non solo valorizzando le opere, ma quasi creando un surplus, trasformando quasi l’esposizione in istallazione. Ma, a parte il budget del Pompidou, forse ad una fiera non è possibile ricreare quelle codizioni. Penso alle luci delle altre gallerie, o a quelle necessarie per schiarire i corridoi dove cammiana la gente. A Paris Photo almeno la situazione era questa. Non tragica, ma i riflessi spesso c’erano comunque.

    Che fare? Non so, credo che, a meno che la situazione non sia davvero penosa non valga la pena incazzarsi. Bisogna cercare di assaporare quello che si può con gli strumenti di bordo. E poi magari protestare con una lettera all’organizzazione, sperando che in futuro migliorino le cose…

  6. Claudio

    said, December 7, 2008 @ 12:54 PM :

    Ciao Fabiano, per “osservare e divorare” intendo esattamente quello che hai inteso, anzi, riprendevo proprio il termine per assonanza al tuo essere “onnivoro”. Io non sono onnivoro e ho dei gusti limitati, ma ho tanto appetito. E un po’ alla volta, con calma, sto andando a vedere tra gli articoli passati, avevo già notato come navigare all’interno del blog e devo dire che è anche molto fruibile. Non sono iscritto al feed perché mi rimane più semplice aprire il blog e controllare, tanto anche se non c’è un articolo nuovo, ci sono quelli vecchi, e qualcosa da leggere c’è sempre.

    Tornando al discorso dell’esposizione, mi rendo conto che il riflesso ci sarà sempre, però ci sono delle situazioni al limite del ridicolo. Ti citavo Gericault perché è inconcepibile per me che un museo come il Louvre, tra i più famosi del mondo, esponga un quadro come quello in un corridoio, dove non si riesce a guardarlo nell’insieme, e soprattutto è pieno di riflessi. Così è stata Lucca Digital Photo Fest, ovvio che i riflessi ci saranno sempre, nessuno chiede che vengano eliminati, ma ti assicuro che specialmente per quanto riguarda due autori è stato paradossale, al limite del ridicolo. Matteo Basilè esponeva il suo progetto “The Saints are coming”, le cui stampe avevano dimensioni di una finestra, ed erano inclinate verso l’alto quasi a cercare i faretti che illuminavano la bellissima volta affrescata della sede della mostra. Col risultato però che metà foto era di riflessi di puttini alati e compagnia cantante. Problema analogo per le foto di Mario Cravo Neto, dei bianco e neri estremamente intensi, ma impossibili da vedere a causa del riflesso. Per vederle la gente cercava tutte le angolazioni strane, io ho sfruttato la mia ombra, che ho cercato di espandere sfruttando l’estensione del mio giaccone, ma con scarsi risultati. Il riflesso è normale, ma quando ti impedisce di vedere la foto si esagera!
    Ciao, Claudio.

  7. Fabiano Busdraghi

    said, December 7, 2008 @ 1:28 PM :

    Sono contento che le statistiche non dicano tutti e con il contatto diretto con una persona si riesca a smentir quello che sembra il trend generale dei visitatori di un sito.

    Per quanto riguarda il fatto che sia una vergogna che il Louvre non abbia un’illuminazione adeguata purtroppo non posso far altro che darti ragione. Nel mio commento precedente effettivamente mi riferivo a riflessi moderati, che non pregiudichino completamente la fruizione delle opere esposte. Effettivamente, quando si arriva ai livelli che descrivi, è difficile non incazzarsi.

    Certo che i dovrebbe far parte del lavoro dei galleristi… va bene scendere a compromessi, va bene a volte fregarsene un po’ e non farsi eccessive pippe mentali, però quando l’illuminazione impedisce completamente di apprezzare una stampa non riesco a capire come non possa essere evidente che si perdono clienti potenziali…

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