Iraq, Reuters
Guerra in Iraq
© Reuters

La fotografia di guerra è da sempre uno dei generi che preferisco in assoluto.

Ho sempre avuto la sensazione che la vera fotografia, quella che conta, sia proprio questa. Mi sono sempre sentito in colpa per la mia vita sicura, qui in Europa, per le inezie che trasformo ogni giorno in problemi capitali, come se fossero tragedie, per sentirmi infelice quando alla fine ho praticamente tutto quello che voglio a portata di mano.

Mi sembra che viviamo tutti in una bolla di vuoto rarefatto, i nostri paesi, la Francia, l’Italia e la maggior parte degli altri stati occidentali sono attualmente implicati in operazioni militari nel mondo. Le chiamano missioni di pace, ma sempre di guerra si tratta. Però è tutto così lontano, sfumato, surreale. La guerra è ben lontana dal nostro territorio, non la abbiamo mai sotto gli occhi, nessuno bombarda le nostre case, nessuno viene a svegliarci la notte per un interrogatorio, nessuno ci spara addosso mentre camminiamo per strada. La stessa stampa nasconde le immagini crude e violente, “per non offendere la sensibilità dei lettori”, i reporter rischiano la vita ma le loro foto spesso sono troppo dure per esser pubblicabili. Tutto qui da noi è apatico, disinfettato, preciso, vuoto.

Sembra quasi che la vita vera sia laggiù, nella sofferenza, che sto perdendo il mio tempo in una bolla protettiva. Ho l’impressione che la storia scrive il suo sporco corso altrove, lontano da qui, mentre me ne sto a perder tempo fra le mie personali futilità. Che gli eventi che contano, le foto che dovrei avere il coraggio di fare, sono altrove.

Per tutti questi motivi guardo sempre con grande ammirazione le opere dei fotografi di guerra, mi rigiro nella mente per giorni le loro foto, o le loro storie, come quella di Jason P. Howe che si è innamorato di una assassina.

La foto di questa settimana è quindi una foto di guerra. Scattata in Iraq, forse il luogo che, Assieme all’Afganistan, rappresenta la guerra oggi: la guerra infinita. Una foto dell’agenzia Reuters, tratta dal loro sito dedicato alla guerra in Iraq: Bearing Witness.

Nonostante si tratti di una fotografia di guerra è un’immagine dall’impatto estetico fortissimo, che è una delle caratteristiche che mi hanno sempre colpito a proposito dei fotografi di guerra, Nachtwey in primo luogo. Da una parte intanto la capacità di trovare la bellezza nel panorama devastato che si lascia dietro un conflitto. Certo, non si tratta di bellezza nel senso normale del termine, è una bellezza rude e dura, ma è indubbio che certe immagini dal fronte riescono ad avere il fascino, la struttura, la poesia delle fotografie scattate in tempi di pace. Con in più la forza terribile della guerra, l’energia esplosiva che deriva dall’essere nate in un ambito in cui le sensazioni di sofferenza sono portate all’estremo. Questa capacità di trovare la bellezza anche nel più triste dei mondi, invece di tacciarla come viene spesso fatto di cinismo, mi pare un bell’insegnamento di speranza. Dall’altra parte quello che ancora una volta mi stupisce è la capacità, in situazioni come queste, di riuscire a fare una foto perfetta, esposizione impeccabile, composizione magnifica, niente mosso, sfuocato, elementi di disturbo.

Questa fotografia dell’agenzia Reuters ha tutte queste caratteristiche. Se non sapessimo che viene dall’Iraq, potrebbe quasi essere una fotografia di moda. L’uomo col fucile in primo piano ha una posa regale, da principe. Le spalle aperte, lo sguardo afflitto e coraggioso insieme, l’arma tenuta con la mollezza che viene dall’abitudine. Il vento gli scompiglia il vestito, suggerendo la tensione del momento. Il fumo nero dello sfondo crea una dimensione apocalittica. Un liquido nero che forse è petrolio arriva a lambire la sabbia su cui poggia i piedi.

In questa foto non c’è traccia di violenza esplicita, niente corpi massacrati, cadaveri a pezzi, bambini bruciati dalle esplosioni. In questo frangente è una cosa che apprezzo particolarmente. Non che sia contrario alla diffusione di immagini esplicite, come dicevo prima, ho fin troppo l’impressione di essere tenuto a parte dalla realtà. Però in questo caso, visto che sto parlando di estetica e bellezza, sarebbe aberrante farlo di fronte alla presenza esplicita della sofferenza altrui.

Nella seconda parte di un’interessantissima intervista a Sandro Iovine pubblicata recentemente su Idee in bianco e nero, il direttore de “il fotografo” discute appunto della recente “articistizzazione” delle fotografia di giornalismo, e dei pericoli che ne derivano. Sono d’accordissimo che il cambio di destinazione d’uso, se permette di generare soldi e notorietà a qualcuno sulle spalle degli altri è un’operazione sicuramente infame. Ne parlo perché non vorrei essere frainteso per quanto riguarda questo articolo quando dico che questa foto è bellissima.

Nel caso specifico mi pare diverso, perché la foto è palesemente splendida e voglio sperare che il fotografo non è partito in Irak solo per fare belle foto. Perché non c’è violenza esplicita, il fotografo è riuscito a cogliere un momento di impatto fortissimo in un ambito che è quello della guerra in Iraq, ma senza, mi pare, sfruttare chi tale guerra la subisce. Insomma, sono d’accordo sul fatto che è pericoloso far entrare l’estetica quando si parla di giornalismo, ma è indubbio che la freddezza oggettiva dell’informazione è sempre legata con i sentimenti e l’emozione soggettiva di chi scatta. Forse sono un idealista, ma mi piace pensare che la maggior parte dei fotografi di guerra rischiano la loro vita non per la loro fama personale, ma perché sentono il bisogno di vedere con i propri occhi, capire e far vedere agli altri quello che succede nel mondo. Perché sperano di contenere tutta questa violenza. E sono vittime della guerra, non sciacalli che vivono sulla sofferenza altrui.

Il fatto che questa fotografia dell’Iraq sia nata per fare informazione non toglie che, di per sé, sia un’immagine fantastica, di quelle che restano a lungo nella mente, e credo che l’informazione passi anche attraverso le sensazioni che le fotografie sono capaci di far nascere nella testa di chi le vede e le ammira.

 

Chiunque conosca il nome dell’autore della foto è pregato di comunicarmelo per la citazione corretta del copyright.