Scrittura cinese
Scrittura cinese

Poco tempo fa su Magma (Il gruppo di discussione fondato da Roberto Vacis e Massimo Cristaldi), si è parlato di “Setting Sun – Writings by Japanese Photographers” di Ivan Vartanian, Akihiro Hatanaka e Yutaka Kambayashi, un libro sulla fotografia giapponese che sembra molto interessante. In particolare è stato scritto:

[...] Al giorno d’oggi il termine che indica l’atto di fare una foto è “satsu-ei”, 撮影, letteralmente “prendere/catturare un’ombra”. Immaginatevi le implicazioni filosofiche sulla fotografia di persone [...]

Questa frase mi ha subito stimolato a fare un commento linguistico, che ho prontamente spedito in risposta. Nei giorni successivi però ho continuato a pensarci, perché è un argomento che mi è caro. Riporto qui allora la mia risposta dopo averla sviluppata e approfondita.

Intanto premetto che non è un attacco personale rivolto all’autore della frase che ho citato. Semplicemente ho notato spessissimo la tendenza ad utilizzare l’etimologia per spiegare la realtà, il più delle volte a mio vedere in modo improprio. Invece di mordermi la lingua per una volta vale la pena dire tutto quello che penso.

Nell’articolo Il disegno di luce e la persecuzione dei greci mi sono già lamentato di quella che ho chiamato appunto “la persecuzione dei greci”. L’idea che fotografia è “scrittura con la luce”, quindi che “fotografia” è tutto ciò che è ottenuto unicamente tramite interazione fra luce e materiale sensibile è ampiamente diffusa. Nella serie di articoli fotografia e verità cerco di mettere in luce il fatto che la presenza dell’avverbio unicamente è assolutamente fuori luogo e non corrisponde alla realtà della pratica fotografica, che include invece tutta una serie di interventi esterni oltre all’unica interazione fra luce e materia. Quello che è interessante sottolineare in questo ambito è che molti partigiani della fotografia come unica interazione fra materiale sensibile e radiazione elettromagnetica cercano di spiegare cosa sia la fotografia -e più in particolare l’idea che sia frutto unicamente dell’interazione con la luce- a partire dall’etimologia della parola stessa. Come se l’etimologia fosse una prova sufficiente delle caratteristiche ultime della fotografia. È chiaro che la parola fotografia è stata inventata appunto perché gli inventori la percepivano come “disegno di luce”, ma fare il percorso inverso, partire dalla parola stessa per determinare la verità ontologica della pratica fotografica, non è a mio vedere giustificabile a rigor di logica.

Da una parte è vero che l’etimologia permette di capire i modi di pensare e di interpretare la realtà di un popolo o di una civilizzazione. Ma bisogna stare attenti all’interpretazione che si fa della storia di una porala. Intanto perché l’etimologia permette di accedere ai modi di percezione del mondo in vigore precisamente nel momento storico in cui la parola è stata inventata, ma non necessariamente a quella delle epoche successive. La percezione delle cose può essere cambiata col passare del tempo, anche considerabilmente. Inoltre non è detto che i modi di vedere degli antichi siano pienamente razionali e logici, in altre parole che corrispondano al vero, o perlomeno ad una caratterizzazione razionale della realtà. Inferire quindi delle caratteristiche fondamentali di una pratica a partire dall’etimologia della parola che la definisce è perlomeno un atto poco oggettivo.

Insomma, in molti casi l’etimologia spiega particolarmente bene perché certe parole siano state inventate proprio in questo modo, perché a partire dall’osservazione della realtà o da un’associazione di idee è stata scelta, o costruita, proprio la parola diventata poi di uso corrente. Fare però il percorso inverso, spiegare quindi lo stato delle cose a partire dalle parole, è a mio vedere spesso fuorviante. Come dicevo purtroppo è un’abitudine che vedo troppo spesso realizzata in ambito intellettuale, utilizzata con disinvoltura da tanti filosofi, psichiatri, giornalisti e analisti, che prendono l’origine greca o latina di una parola e la considerano come realtà fondante. Dall’irritazione che provo ogni volta che incappo in utilizzi di questo tipo dell’etimologia, nasce la motivazione a scrivere questo articolo vagamente polemico.

Ma torniamo a noi. In cinese1 i due sinogrammi 撮影 naturalmente non sono pronunciati come in giapponese, ma anche loro, se presi individualmente significano “raccogliere ombre”. Questo fatto non deve sorprendente, di fatto i giapponesi hanno preso la scrittura cinese e l’hanno fatta loro. Non per niente Kanji è la pronuncia giapponese di hanzi, che letteralmente vuol dire “caratteri cinesi”, o detto più correttamente “sinogrammi”.

Anche in cinese quindi fotografia significa “catturare ombre”2. Bisogna però fare attenzione a concludere che per i cinesi, fosse anche a livello inconscio, fotografia significa “catturare ombre”. Al più, questa è l’immagine più espressiva venuta in mente circa 150 anni fa agli inventori della parola “fotografia” in Cina, ma oggi? Siamo sicuri che i cinesi considerino la fotografia in questo modo?

Il cinese è una lingua in cui non è possibile creare parole senza combinare fra di loro semantemi3. Di solito, quando è necessario creare una nuova parola, vengono combinati due o più di semantemi già esistenti, per creare appunto il neologismo in questione. La creazione di nuovi sinogrammi è invece più unica che rara.

La maggior parte delle parole cinesi sono composte di due sillabe che, nella stragrande maggioranza dei casi, hanno entrambe un significato originale ben preciso; detto altrimenti la maggior parte delle parole cinesi sono composte da due semantemi. Le regole di costruzione sono molto varie, si può trattare di due sinogrammi praticamente sinonimi (o contrari)4, di associazioni di idee spesso molto descrittive5, di combinazioni fonetico-semantiche 6, etc. In ogni caso quando i cinesi devono inventare una nuova parola sono obbligati a ricorrere alle unità base della loro lingua, ovvero i sinogrammi.

Come dicevamo la maggior parte delle parole cinesi sono bisillabiche. In generale le parole di questo genere (e per conseguenza la maggior parte di queste) sono però “lessicalizzate”, ovvero si è perso il senso individuale delle componenti della parola, il senso dei due sinogrammi presi individualmente. Quando per esempio un cinese dice 火车 per dire treno, non pensa a “fuoco” e “vettura” ma pensa proprio a treno. Certo, è chiaro perché il treno è stato chiamato in questo modo, ma fare il percorso inverso, ovvero partire dalla parola per spiegare la visione della realtà attuale, dicendo che i cinesi percepiscono il treno come una “macchina di fuoco” è contradditorio. Se fosse possibile allora bisognerebbe ammettere che i cinesi continuano a interpretare i treni moderni come “macchine e fuoco”, anche se ormai la maggior parte dei treni sono elettrici. In realtà quando a un cinese si dice 火车 questi penserà a un treno punto e basta. Ecco che i due sinogrammi che compongono la parola sono stati lessicalizzati, il senso originario dei semantemi è stato dimenticato e rimane unicamente il senso lessicalizzato.

Non è però necessario scomodare una lingua come il cinese che è completamente esotica per la maggior parte degli italiani. Operazioni di questo genere, seppure in misura minore, le facciamo di continuo pure noi. Quando racconto a qualche amico che bicicletta in cinese si dice 自行车 letteralmente “vettura che cammina da sola”, la maggior parte della gente scuote la testa dicendo: “sono proprio fuori ‘sti cinesi, possibile che non siano mai andati in bicicletta in salita? Come diavolo fanno a immaginare che le bici vanno avanti senza che le si spinga?”. La maggior parte della gente che risponde in questo modo non si rende conto che in realtà i cinesi facevano semplicemente riferimento al fatto che non ci fosse il cavallo, e non a qualche proprietà magica della biciletta. Il sinogramma infatti indica tutti i veicoli a ruote, quindi tutto ciò che somiglia ad un carro; la bici di fatto è una specie di carretta a due ruote che per muoversi veloce non ha bisogno di un cavallo, da cui il nome. Ma soprattutto le persone che scuotono la testa con sufficienza dimenticano anche che in italiano “macchina” si dice più elegantemente “automobile”, che vuol dire esattamente la stessa cosa che bicicletta in cinese. E allora? Possibile che gli italiani non si siano resi conti che senza benzina assolutamente una macchina non si muove automaticamente?

Ma qual’è il rapporto fra fotografia e il significato della parola automobile? Semplicemente non mi sembra si possa partire dall’etimologia della parola giapponese per dire fotografia, per dedurre la visione che hanno i giapponesi della fotografia stessa. Non mi sembra corretto poter dire che i giapponesi percepiscono necessariamente la fotografia come “cattura delle ombre” perché questa è la parola usata nella loro lingua. Se questo fosse vero allora gli italiani percepirebbero le macchine con cui vanno al lavoro come dei carretti magici che viaggiano da soli, quando dicono natura hanno in realtà in testa un po’ di latino: “natus” -il participio passato di nascere- e “urus”, suffisso del participio futuro, i francobolli sono dei marchi che liberano dalle spese postali chi riceve una busta su cui sono stati incollati, e via dicendo. Senza contare poi che in una lingua come il cinese, in certi sensi molto primitiva, dove è necessario combinare costantemente diversi sinogrammi per creare l’equivalente delle parole, la lessicalizzazione è un fenomeno diffusissimo e molto più forte che in italiano. Spessissimo i cinesi, quando gli si chiede il significato individuale di due sinogrammi che costituiscono un parola disillabica, sono addirittura incapaci di rispondere, tanto il senso lessicalizzato è diventato preponderante sui due significati originali dei sinogrammi presi individualmente.

Se è evidente che nella lingua rimane il riflesso della percezione della realtà di un popolo, affermare il contrario, ovvero che a partire dalla lingua è possibile spiegare la visione della realtà di una civilizzazione, è un cammino forse un po’ troppo irto di pericoli.

  1. Discuto del cinese perché è l’ambito per il quale sono competente, ma le mie conoscenze (limitate) del giapponese mi permettono di affermare con ragionevole certezza che i meccanismi descritti per il cinese sono simili a quelli del giapponese. []
  2. Iin cinese in realtà “fotografia” si scrivere differentemente che in giapponese, ovvero 摄影. Questa differenza però non ha nessuna conseguenza fondamentale sul discorso esposto, significa raccogliere e in questo contesto può essere assimilato a , che appunto significa anche lui raccogliere. []
  3. Un semantema è la più piccola unità portatrice di senso di una lingua. In italiano spesso corrisponde ad una parola, ma non necessariamente. In “automatico” la parte “auto”, pur non costituendo una parola a sé stante, è comunque portatrice di senso, ed è quindi un semantema. []
  4. Per esempio 认识 che significa “conoscere”, è formato da che vuol dire “riconoscere, distinguere” e che significa “conoscere, chiaroveggenza”. Conoscere non si può dire né con né con individualmente (anche se questi caratteri concorrono alla formazione di molte altre parole), ma con la combinazione dei due. []
  5. Contraddizione 矛盾 letteralmente significa “lancia scudo”. Una storia nota a tutti i cinesi narra di un mercante di armi che vantando i suoi articoli diceva: “I miei scudi sono talmente solidi che niente può spaccarli. Le mie lance sono così appuntite che niente può arrestarle”. Al che qualcuno chiese: “E se si usano le tue lance contro i tuoi scudi cosa succede?” []
  6. Camion 卡车 utilizza la prima sillaba della parola inglese camion 卡 (che vuol dire “carta” come in “carta da visita”, ma si pronuncia ka come “camion” in inglese) e la combina con 车 che indica tutti i veicoli a ruote. []

1 commento »

  1. Roberta

    ha detto, il 3 Novembre 2011 @ 4:54 am :

    Salve,
    Sono ricercatrice sulla sostenibilità turistica in Giappone da un punto di vista soprattutto socio-antropologico all’Università Waseda di Tokyo.
    Sto facendo ricerche sull’importanza e il significato del “fotografare” durante il viaggio: atto caro ai giapponesi (ma non solo).

    Ho letto il tuo articolo e lo trovo giusto e interessante. Per anni ho studiato letteratura e cultura giapponese, ma prima di tutto sono una linguista, ed effettivamente si tende ad abusare l’utilizzo dell’etimologia per arrivare al significato reale ed attuale di alcuni elementi, senza tenere in conto che dal momento in cui fu creata la parola, fino ad oggi sono avvenuti grandi cambiamenti. Bisogna forse partire dall’etimologia, ma creare poi un percorso che ci porti fino alla quotidianità e al senso comune.
    Un saluto,
    Roberta

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