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© miciap – Alberto Locatelli

Ecco la seconda parte dell’intervista alla redazione di Miciap, la nuova rivista online di fotografia dedicata a Milano.

 

Fabiano Busdraghi: Come descrivereste “l’offerta fotografica” di Milano? Le mostre, gli eventi culturali legati alla fotografia, le manifestazioni e via dicendo sono numerosi e di livello?

Daniele Pennati: “Milano città della moda”… “Milano città del design e della creatività”… “Milano metropoli internazionale”…

Questi slogan che si sentono ripetere come un mantra dagli amministratori cittadini farebbe pensare ad una città viva, frizzante, ricca di novità… La situazione è in realtà abbastanza diversa, almeno paragonata al contesto europeo e mondiale. Milano è una città media, con un buon livello di attività creative, artistiche e culturali, ma non è eccellente. Milano, come altre città italiane, è ancora culturalmente provinciale, e per quanto riguarda la fotografia lo è ancora di più. L’Italia soffre da sempre di una cultura fotografica assai scarna e di poca, se non pochissima, attenzione alla fotografia come forma d’arte o anche solo come qualcosa di culturalmente rilevante.

C’è però da dire che nell’ultimo decennio la situazione sta cambiando e anche a Milano iniziano ad esserci degli attori internazionali per quanto riguarda il campo fotografico. In particolare sono tre le istituzioni di maggiore rilevanza: il Museo di Fotografia Contemporanea, lo Spazio Forma e la Galleria Sozzani. Questi tre centri sono quelli che propongono le mostre più importanti e rilevanti come calibro degli autori e numero di opere. Propongono però quasi sempre mostre “istituzionali”, vanno, per così dire, sul sicuro presentando autori affermati e lavori convenzionali.

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© miciap – Nicola Bertasi

Per trovare lavori più innovativi bisogna rivolgersi all’universo delle piccole gallerie private che sempre più spesso nascono nei quartieri “gentrificati” della città, dalla Bovisa a Corso Como, dall’Isola a Savona-Tortona. Piccole gallerie che però sono totalmente marginali nel mercato fotografico internazionale, è che sono spesso concentrante più ad inseguire il “trendy” che l’originale.

In ultimo, come in ogni città di discrete dimensioni, esiste anche un sottobosco di spazi espositivi e culturali che restano legati ad un circuito più marginale, in cui si porta avanti un discorso culturale di nicchia, slegato ai grandi numeri sia economici che di pubblico. È il circuito dei centri sociali o dei circoli ARCI in cui però è raro trovare (fotograficamente parlando) eventi di rilevanza nazionale o internazionale. Sono spazi dove prevalentemente trovano spazio autori emergenti o dilettanti, ma certamente non sono paragonabili ai lontani fratelli berlinesi o londinesi.

Qualcosa si muove, l’attenzione per la fotografia aumenta, ma come spesso accade a Milano il tutto avviene un po’ lentamente ed in ritardo con una profonda discrepanza tra realtà urbana e l’immagine autoprodotta che si cerca di esportare all’estero.

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© miciap – Alfredo Bosco

Niccolò de Mojana: L’offerta fotografica e in generale culturale di Milano è buona, relativamente al resto del nostro paese. Certo, siamo ancora lontani anni luce dalla vitalità di Parigi, Berlino o Londra, ma esistono certamente diverse realtà che promuovono eventi o mostre che non troverebbero spazio in altre città italiane. Purtroppo, il settore vive una forte depressione economica e la reazione degli addetti ai lavori per adesso sembra insufficiente. Un esempio per tutti: l’agenzia Grazia Neri sta per chiudere. La nostra rivista si propone allora (umilmente ma senza timori reverenziali) di aiutare a rinnovare il panorama muovendosi su nuovi fronti, come il web, i social network, i blog. Una nuova possibilità di organizzarsi, di fare, di costruire un futuro.

Fabiano Busdraghi: Dal punto di vista commerciale (giornalismo, editoria, etc) e espositivo (fotografia artistica e plastica), come descrivereste l’ambiente fotografico milanese, in un senso puramente professionale del termine? Detto altrimenti, come si lavora a Milano nel mondo della fotografia?

Isacco Loconte: Direi che Milano, trattandosi di un centro nevralgico per quanto riguarda la moda e il design offre numerose possibilità a chi intende lavorare in tali ambiti. Tuttavia è ormai ampiamente condivisa l’idea che il mondo dell’editoria, nel suo complesso e in particolare per quanto riguarda il fotogiornalismo, sia in crisi e Milano di certo non fa eccezione (un esempio per tutti appunto la chiusura dell’agenzia fotografica Grazia Neri). Una speranza mi viene però dai progetti indipendenti di piccoli gruppi di giovani fotografi, come il nostro per l’appunto.

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© miciap – Barbara Danasi

Alberto Locatelli: “Quali tempi sono questi, quando discorre d’alberi è quasi un delitto, perché su troppe stragi comporta il silenzio!”. Così scriveva Bertold Brecht, nel 1938 in “A coloro che verranno”. La fotografia, nonostante si tenti in tutti i modi di trovarne ogni possibile sbocco commerciale, come accade peraltro ad ogni ‘prodotto’ della nostra contemporaneità, ci parla continuamente di “quel bisogno d’alberi che ci oppone al potere delle merci e delle armi, così come al “pensiero unico” che ne è espressione. Un potere e un pensiero che, con tutta la loro impersonale brutalità, non possono obbligarci a pensare il mondo da essi modellato – spoglio d’alberi e contaminato da stragi – come l’unico possibile, e la violenza dei loro fatti come la vera realtà1. Sicuramente in una situazione economicamente dissestata come quella attuale un approccio del genere non può che descrivere una fotografia che difficilmente riesce a difendere la propria professionalità e il proprio livello artistico: troppo spesso il fotografico vede il proprio spessore culturale rimpiazzato con meri surrogati commerciali che rischiano di perdere addirittura ogni dignità professionale schiacciata da semplicistiche ed ottuse logiche economico-razionalizzanti.

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© miciap – Daniele Pennati

Barbara Danasi: Dal mio personale punto di vista e esperienza, Milano offre di più e offre di meno. Indubbiamente confrontata ad altre realtà italiane, Milano sembra offrire di più: più occasioni, più lavoro, più scuole, più possibilità di usare la fotografia come un linguaggio, e non solo come un orpello decorativo nelle cerimonie religiose. Qui, a livello teorico e virtuale, le possibilità ci sono davvero; poi però ti rendi conto che di fatto, rispetto all’Europa, Milano è ancora così provinciale: per fare davvero qualcosa o ti affidi al volontariato gratuito oppure hai bisogno di conoscenze e accreditamenti. Spesso non viene valutata la bravura e la dedizione, ma la posizione sociale e le possibilità economiche; e anche nei casi in cui di fatto si riesce a conquistare una posizione, bisogna difenderla da una agguerrita concorrenza, con i denti, accorgendosi che le speranze di far valere le proprie doti comunicative sono molto meno apprezzate della vecchia stantia soluzione comunicativa adottata da decenni. Esiste, purtroppo, a livello nazionale un sistema di mercato nella comunicazione che non ripaga la qualità, punta a ridurre i budget ai minimi termini, diseduca lo sguardo comune alla visione, presta troppa attenzione alle richieste del cliente, anche se possono portare a un risultato mediocre. Milano non fa differenza, ed è sintomatico di questo particolare momento storico che -come dicevamo- la nota agenzia di fotogiornalismo Grazia Neri abbia chiuso i battenti poco tempo fa: invece di ricorrere a nuove proposte di fotografi, si preferisce ricorrere ad agenzie di microstock a prezzi inferiori o scaricare gratuitamente fotografie da siti di condivisione di immagini. Infine, nella mia personale esperienza di fotografo e studente, ho conosciuto tanti, ma proprio tanti giovani che studiavano fotografia e non sapevano spiegare nemmeno perché. Io credo che nella capitale della moda e nella città di Brera non sia impossibile trovare degli sbocchi e delle opportunità, solo è indispensabile essere tenaci, è necessario prestare attenzione alla cura che verrà prestata alle nostre immagini nel momento in cui verranno messe a disposizione del pubblico, e qualche volta bisogna scendere a sporchi compromessi con il nostro punto di vista e quello del committente.

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© miciap – Filippo Ceredi

Fabiano Busdraghi: Potete descrivere le fotografie che avete selezionato per accompagnare questo articolo e spiegare perché le avete scelte?

Daniele Pennati: Le fotografie scelte sono tratte da un lavoro svolto nel 2007 sul territorio del vimercatese. Questo è un territorio abbastanza particolare perché su di esso stanno avendo luogo fenomeni trasformativi differenti: la crisi delle grandi industrie High Tec, l’incontrollato sviluppo edilizio fatto di case unifamiliari e villette a schiera, l’istituzione di nuovi parchi per la conservazione agricola ed ambientale, …

Le immagini scelte sono quelle che ritengo più rivelatrici del territorio e soprattutto più indicative del mio approccio fotografico attento ai dettagli ed alle tracce lasciate sul territorio da pratiche e trasformazioni spesso contraddittorie. Sono immagini da guardare con attenzione, non autoevidenti, ma da leggere pazientemente… o, almeno, così mi piace pensarle.

Filippo Ceredi: Questa foto ritrae un vecchio di origine barese che vende mazzi di violette agli angoli delle strade. L’immagine fa parte di una serie di ritratti in cui chiedevo alla gente che incontravo per strada di posare con la mano bene aperta di fronte all’obiettivo e in questo caso non sono proprio riuscito a ottenere questa posa. Per tre o quattro volte ho scattato e la mano del vecchio, nonostante le mie indicazioni, rimaneva distante dall’obiettivo, come ripiegata sul suo corpo. Per me questa immagine è diventata un simbolo dell’oblio in cui sta cadendo un aspetto fondamentale del passato di questa città, quello di essere stata una meta di speranza per tanta gente che veniva da situazioni molto più difficili, un asilo per quelli che non avevano trovato nella loro terra d’origine un posto favorevole alla realizzazione della loro vita.

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© miciap – Simone Keremidtschiev

Alberto Locatelli: Pur se indissolubilmente legata, come tutto ciò che può dirsi fotografico, alla sua natura metonimica e alla sua “forza referenziale”2, questa immagine, assieme alle scelte estetiche che hanno accompagnato nella sua interezza e coerente organicità lo sviluppo del progetto Ex-pascoli, tenta di decostruire ogni “potenza di verità”3 insita in qualsivoglia tentativo volto ad una codificazione del linguaggio fotografico. una “faglia”4, un “punto”5 si apre sul piano dell’immagine, portandola così ad una inevitabile “dimenticanza dei codici6, che non le permetterà più di essere trattata come un ‘oggetto di verità. Il fotografico., dunque, come un “messaggio senza codice”7 di barthesiana memoria, opaco, muto e che, proprio per questo suo costitutivo sfuggirne, dagli stessi codici verrà ri-preso con tanta più rabbia e vigore8. Quest’immagine tenta di mostrare quella forza di irradiazione che non è uno dei minori effetti di della logica della connessione fisica che regge le basi del procedimento fotografico.

L’unicità referenziale letteralmente si propaga per contatto, per mezzo dei meccanismi della metonimia, per il gioco della contiguità materiale, come un calore intenso che corre su dei corpi conduttori che si toccano l’un l’altro e che vanno, per così dire a bruciare l’immagine nell’incandescenza della sua singolarità irriducibile. Tale è la “pulsione metonimica” e letteralmente mobilizzatrice della fotografia: partita da quasi niente, da un singolo punto (punctum), da un singolare unico, ecco che essa si espande, sensibilizza, invade tutto il campo. Essa si propaga9

Il fotografico, tra reale ed immaginario, trasfigurazione della propria referenzialità.

Nicola Bertasi: Non c’è mai una ragione precisa, credo, dietro alla scelta che fa il fotografo. Per questo hanno inventato i photoeditor, proprio per poter rispondere a questa domanda.

 

Leggi la prima e terza parte dell’intervista alla redazione di Milano Città Aperta, rivista online dedicata alla fotografia milanese.

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© miciap – Isacco Loconte
  1. R. Signorini, Arte del fotografico. I confini della fotografia e la riflessione teorica degli ultimi vent’anni, C.R.T. (Coscienza Realtà Testimonianza), Milano 2001, p. 5, nota a pié di pagina. []
  2. P. Dubois, L’acte photographique, Labor, Bruxell 1983, poi apparso come L’acte photographique et autres essais, Nathan, Paris 1990, tr. it. e cura di B. Valli, Quattro Venti, Urbino 1996, p. 87. []
  3. Ibidem. []
  4. Ivi, p. 88. []
  5. Ibidem. []
  6. Ibidem. []
  7. R. Barthes, Le message photographique, in “Communications 1”, Paris 1961, tr. it. in Aa.Vv., La comunicazione audiovisiva, Paoline, Roma 1972, poi “Le message photographique”, in L’obvie et obtus. Essais critiques III, Seuil, Paris 1982, tr. it. di C. Benincasa, G. Bottiroli, G. P. Caprettini, D. De Agostini, L. Lonzi, G. Margotti, “Il messaggio fotografico”, in Id., L’ovvio e l’ottuso. Saggi critici III, Einaudi, Torino 1985, 20012, p. 7. []
  8. Cfr. P. Dubois, op. cit., p. 88. È dipingendo ogni “foto” (ivi, p. 80) come “un messaggio autosufficiente” (ivi, p. 81) o come “una singolarità esistenziale primaria” (ibidem) che i pieni significati successivi “non si propongono che di ricoprire, trasformare, riempire successivamente, a titolo di effetti” (ibidem), infatti, che Dubois “spiega un buon numero di usi e di valori del mezzo (medium) – valori e usi più o meno personali, intimi, sentimentali, amorosi, nostalgici, mortiferi, ecc… – usi sempre resi nei giochi del desiderio e della morte e che tendono tutti ad attribuire alla foto una forza particolare, qualcosa che ne faccia un vero oggetto di «credenza», al di là di ogni razionalità, di ogni principio di realtà o di estetismo. La foto, letteralmente, come oggetto parziale (nel senso freudiano), oscillante tra la «reliquia» e il «feticcio», che spinge la «Rivelazione» fino al «miracolo»” (ibidem). []
  9. P. Dubois, ivi, p. 79. []

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